02/05/2022


È illegittimo il licenziamento per giusta causa irrogato a un dipendente per aver in una chat privata su WhatsApp con una collega - rinvenuta sul computer aziendale - espresso apprezzamenti disdicevoli e criticato l'operato dei vertici della società. Si tratta, infatti, di una conversazione extralavorativa e del tutto privata, circoscritta ad un ambito totalmente estraneo all'ambiente di lavoro. Né si può sostenere che, per il mezzo con il quale erano state veicolate (una conversazione privata su WhatsApp, applicazione che consente lo scambio di messaggi e chiamate telefoniche) la condotta era in sé potenzialmente lesiva. Premesso che l'aver espresso in una conversazione privata e fra privati, giudizi e valutazioni, seppure di contenuto discutibile, non integra una condotta in sé idonea a violare i doveri di correttezza e buona fede nello svolgimento del rapporto, ove sia stato escluso in fatto che tali dichiarazioni fossero anche solo ipoteticamente finalizzate ad una ulteriore diffusione, resta irrilevante lo strumento di comunicazione utilizzato. In tema di licenziamento disciplinare, al fine di selezionare la tutela applicabile tra quelle previste dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18, commi 4 e 5, come novellata dalla L. n. 92 del 28 giugno 2012, è consentita al giudice la sussunzione della condotta addebitata al lavoratore, ed in concreto accertata giudizialmente, nella previsione contrattuale che punisca l'illecito con sanzione conservativa anche laddove tale previsione sia espressa attraverso clausole generali o elastiche. Tale operazione di interpretazione e sussunzione non trasmoda nel giudizio di proporzionalità della sanzione rispetto al fatto contestato restando nei limiti dell'attuazione del principio di proporzionalità come già eseguito dalle parti sociali attraverso la previsione del contratto collettivo.


Licenziamento - Giusta causa - Fattispecie: critica su WhatsApp dei vertici aziendali - Natura privata della conversazione - Valenza disciplinare - Esclusione

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